CENTRE PATRIMONIAL BEN NAFA
Relazione di progetto — Diébougou, Burkina Faso
BIOARCHI · Chiara Rigotti, architetta

Il Centre Patrimonial Ben Nafa nasce dall’incontro tra memoria, paesaggio e creazione contemporanea. A Diébougou, nella savana del Burkina Faso, il progetto propone un luogo dove il patrimonio possa essere conservato, praticato e trasmesso. Musica, danza, maschere, strumenti e racconti trovano spazio in un’architettura che accoglie anche formazione, incontri e residenze artistiche. La superficie complessiva prevista, circa 4.000 m², si articola in corpi comunicanti: un insieme attraversabile, nel quale il percorso diventa parte dell’esperienza culturale.
Il principio generatore è lo spirito del luogo, inteso come relazione tra forme dell’abitare, clima, risorse e significati. Il riferimento alle case lobi trova un riscontro negli studi di Giovanna Antongini e Tito Spini, pubblicati nel 1993 e conservati nell’archivio dell’IRD. Gli autori descrivono organismi polilobati, percorsi interni labirintici e corrispondenze fra ambienti e terrazze. Riportano inoltre l’analogia, evocata dagli abitanti, con una conchiglia del fiume Volta Nero, Mouhoun. Il progetto riprende questa immagine come riferimento culturale e spaziale, senza trasformarla in una spiegazione univoca dell’origine della casa lobi.

La conchiglia di Etheria elliptica, ostrica d’acqua dolce, suggerisce un involucro protettivo, irregolare, capace di custodire una vita interna. Questa suggestione diventa architettura attraverso volumi raccolti, pareti avvolgenti e soglie successive. Le conchiglie costruite si accostano lasciando emergere passaggi, porticati e corti. L’asse che le attraversa costituisce il fulcro distributivo del centro: collega accoglienza, esposizioni, riserve, mediateca e spazi formativi, mentre a nord trovano posto gli appartamenti per gli artisti in residenza.

Il visitatore incontra muri profondi, aperture inattese e scorci che cambiano a ogni passo. L’esperienza richiama la densità dei percorsi domestici lobi: ci si può perdere con lo sguardo, rallentare, ritrovare una direzione attraverso la luce o la presenza di un albero. Questa complessità percettiva si accompagna a un’organizzazione accessibile e riconoscibile, con collegamenti e uscite chiaramente individuabili. L’albero della Parola assume nel progetto il valore di un centro simbolico: ombra condivisa, luogo dell’ascolto e della trasmissione orale.

I giardini segreti scandiscono il percorso senza occuparlo. Sono vuoti misurati, nei quali vegetazione, terreno permeabile e ombra introducono pause climatiche e sensoriali. L’integrazione nel paesaggio avviene attraverso queste relazioni, mantenendo leggibili le architetture e contenendo le superfici impermeabili. La ricerca di un paesaggio animista esprime qui un’intenzione progettuale: riconoscere alberi, acqua, suolo e presenze viventi come interlocutori dell’abitare, nel rispetto della pluralità delle culture locali.

La terra costituisce la materia principale dell’edificio. Grandi muri di pisé lateritico, realizzati con terre selezionate e verificate, mostrano nelle fasce sovrapposte le variazioni cromatiche del suolo. La loro massa contribuisce a smorzare e ritardare le oscillazioni termiche, lavorando insieme all’ombreggiamento e alla ventilazione. Negli spessori si ricavano nicchie espositive, sedute e passaggi: il muro diventa spazio abitabile e dispositivo museografico. Luci calde, localizzate e controllate accompagnano gli oggetti senza uniformare l’atmosfera degli ambienti.


La concezione bioclimatica affronta sole, calore, umidità e piogge stagionali. Verso ovest, la successione di facciate sfalsate, rientranze, muri schermanti e porticati limita l’esposizione al sole basso pomeridiano. Le aperture vengono calibrate secondo orientamento e uso. Prese d’aria inferiori e sfoghi superiori favoriscono la circolazione naturale; i giardini offrono zone ombreggiate sulle quali affacciare i locali. La torre della scala integra un dispositivo di ventilazione che sfrutta differenze di pressione e tiraggio termico, da dimensionare verificando venti e condizioni stagionali.

L’aria attraversa gli ambienti destinati alla vita collettiva secondo percorsi controllabili. Le riserve e gli spazi che custodiscono opere sensibili richiedono invece condizioni specifiche, con filtrazione della polvere e controllo dell’umidità. La protezione delle murature comprende basamenti, drenaggi e coronamenti adeguati alle piogge intense. Le coperture raccolgono l’acqua verso depositi interrati e possono ospitare pannelli solari, integrando le risorse dell’edificio con le esigenze di manutenzione. Le aperture più grandi sono rivolte a Nord.

Il sistema costruttivo prevede voltine su elementi in acciaio riciclato, porticati leggeri e schermature metalliche perforate. Il contrasto tra terra massiva e metallo sottile rende leggibile il funzionamento dell’architettura. L’obiettivo è approvvigionare tutti i materiali attraverso risorse e filiere disponibili in loco, coinvolgendo artigiani e imprese del territorio. Componenti recuperati e assemblaggi riparabili saranno sottoposti alle necessarie verifiche. L’ambizione high tech e low cost risiede nella precisione delle soluzioni, nella semplicità del montaggio e nella possibilità di mantenere l’edificio nel tempo.

Il progetto dialoga idealmente con la ricerca di Francis Kéré, Mariam Kamara e Koffi & Diabaté, riconoscendo nella contemporaneità africana un campo di sperimentazione autonomo. Kéré mostra come clima, disponibilità dei materiali e partecipazione possano orientare insieme la costruzione; il lavoro di Kamara e di Koffi & Diabaté amplia questa riflessione sul rapporto fra cultura, progetto e trasformazione dei luoghi. Ben Nafa cerca una propria risposta: un patrimonio che continua a vivere, dove il futuro prende forma attraverso la relazione costante fra persone, materia e natura.
