Esistono diversi esperimenti e progetti in Africa che si concentrano sull’uso sostenibile dell’acqua e sulla gestione delle risorse idriche. Ad esempio, c’è un crescente interesse per le tecniche di raccolta dell’acqua piovana in molte regioni dell’Africa, dove le risorse idriche possono essere limitate.
In paesi come il Kenya, il Malawi, il Sud Africa e il Lesotho, sono stati sviluppati progetti di raccolta dell’acqua piovana per le comunità rurali. Questi progetti prevedono l’installazione di sistemi di raccolta dell’acqua dai tetti degli edifici, che viene immagazzinata in serbatoi per uso domestico, irrigazione agricola e altre necessità.
Un altro esempio è il “biological sand filtration system” (sistema di filtraggio biologico a sabbia) che viene utilizzato in alcune comunità rurali in Africa per purificare l’acqua. Questo sistema utilizza uno strato di sabbia e microorganismi benefici per filtrare e purificare l’acqua, rendendola sicura da bere.
Inoltre, ci sono iniziative che promuovono l’uso di toilette a basso consumo d’acqua o di sistemi di compostaggio per il trattamento dei rifiuti organici. Queste soluzioni aiutano a ridurre la dipendenza dalle risorse idriche e a gestire in modo più sostenibile gli scarti e le acque reflue.
È importante sottolineare che l’adozione di queste pratiche sostenibili varia da paese a paese e dipende dalle risorse disponibili, dalle condizioni locali e dalle politiche governative. Tuttavia, ci sono diversi esempi di comunità e organizzazioni in Africa che stanno implementando soluzioni innovative per l’uso e la gestione sostenibile dell’acqua.
Ma torniamo indietro nel tempo alle origini del sistema di raccolta delle acque.
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Nelle regioni desertiche del mondo arabo, come il Medio Oriente e il Nord Africa, sono state sviluppate antiche tecniche di raccolta e trasporto dell’acqua per sostenere la vita nelle oasi e nelle comunità agricole.
Un esempio notevole è il sistema di qanat, noto anche come falaj o foggara, che è stato utilizzato in diverse parti dell’area araba per secoli. Il qanat è un sistema di canali sotterranei che raccoglie e trasporta l’acqua da sorgenti di montagna lontane verso le zone aride. Questo sistema sfrutta la forza di gravità per far fluire l’acqua lungo i canali, consentendo alle comunità di attingere a una fonte vitale di acqua per l’irrigazione e per il consumo umano e animale.
Nel Sahara, ad esempio, le foggaras sono state utilizzate per portare l’acqua da falde acquifere sotterranee verso le oasi, consentendo lo sviluppo di agricoltura e vita comunitaria. In altre regioni, come l’Iran, l’Arabia Saudita e l’Oman, i falaj hanno svolto una funzione simile, trasportando l’acqua attraverso canali sopra o sotto terra verso le aree coltivate.
Questi sistemi di raccolta e trasporto dell’acqua erano spesso ingegnosi e richiedevano una conoscenza avanzata dell’idraulica e dell’ingegneria idrica.
Le comunità che dipendevano da questi sistemi avevano sviluppato un’ampia comprensione del territorio e delle risorse idriche disponibili, consentendo loro di gestire in modo efficiente e sostenibile questa preziosa risorsa.
Anche se alcune di queste antiche tecniche sono state in parte sostituite da moderne infrastrutture idriche, l’eredità di queste pratiche tradizionali è ancora evidente in molte comunità dell’area araba. Inoltre, negli ultimi anni, c’è stato un rinnovato interesse per l’utilizzo di tecniche di conservazione dell’acqua tradizionali e sostenibili, come parte degli sforzi per affrontare la scarsità idrica e promuovere la sostenibilità ambientale.
Oggi questi sistemi si possono ammirare nei giardini del Al Andaluz, in Andalusia e nell’architettura di qualche architetto visionario come Carlo Scarpa a Venezia. Il resto è sepolto nei deserti dove l’acqua scorre nascosta fino a esplodere nelle oasi.
Ogni qanat consiste in un tunnel quasi orizzontale che raccoglie l’acqua da una fonte sotterranea, di solito un ventaglio alluvionale, in cui viene scavato un pozzo madre fino al livello appropriato della falda acquifera. A intervalli regolari lungo la lunghezza del tunnel vengono scavati dei pozzi per consentire l’evacuazione dei detriti e per garantire la ventilazione. In superficie appaiono sotto forma di crateri, seguendo il percorso del qanat dalla fonte d’acqua a un insediamento agricolo. Lungo le gallerie sotterranee, dette koshan, l’acqua viene convogliata per gravità, grazie alla dolce pendenza del tunnel, fino allo sbocco (mazhar), da dove viene distribuita tramite canali ai terreni agricoli dei proprietari.
Vediamo l’origine di questo sistema, viaggiando nella Persia antica
L’antica Persia, nota anche come l’Impero Persiano, ha visto lo sviluppo di sofisticati sistemi di irrigazione e gestione idrica. Uno dei più noti è il sistema di qanat, un sistema di canali sotterranei che consentiva di convogliare l’acqua dalle montagne e portarla alle aree agricole.
Questo sistema permetteva di irrigare vaste estensioni di terreno, consentendo la coltivazione di colture in zone altrimenti aride.
I Giardini di Babilonia, considerati una delle Sette Meraviglie del Mondo antico, erano un complesso sistema di giardini terrazzati situati nella città di Babilonia, nell’attuale Iraq. Questi giardini erano famosi per la loro bellezza e grandiosità, e venivano irrigati attraverso un complesso sistema di canali e serbatoi d’acqua. L’acqua veniva convogliata attraverso una serie di archi e canali per raggiungere i vari livelli dei giardini, creando cascate e fontane che rendevano il luogo suggestivo e lussureggiante.
Un grande orto botanico dotato di un sistema idraulico molto complesso permetteva a piante provenienti da diverse parti del mondo di essere irrorate dall’acqua del fiume. Erodoto racconta come i giardini, costituiti totalmente da terrazzamenti in pietra, fossero in grado di “sollevare” l’acqua dal fiume per rifornire la flora con la frequenza e la quantità più appropriata.
D.W.W. Stevenson, a tal proposito, ipotizzo la noria come sistema utilizzato dai babilonesi, ovvero una ruota idraulica messa in moto dalla corrente che pescava da un fiume con la sua parte inferiore, svuotando poi l’acqua in una vasca di raccolta.
https://www.ilgiardinodellacultura.com/2020/08/03/giardini-pensili-di-babilonia-le-7-meraviglie-antiche/
Entrambi questi esempi mostrano l’importanza dell’ingegneria idraulica e dell’irrigazione nel corso della storia, dimostrando la capacità delle antiche civiltà di creare ambienti verdi e fertili anche in aree con risorse idriche limitate. Questi progetti testimoniavano anche la maestria degli architetti e degli ingegneri del tempo nel combinare la funzionalità con l’estetica, creando spazi di grande bellezza e valore culturale.
Ci sono alcune aree nel mondo in cui vengono progettati e realizzati sistemi simili ai qanat. Ad esempio, in alcune regioni dell’Iran, come la provincia di Yazd, dove i qanat hanno una lunga tradizione, vengono ancora costruiti nuovi qanat o restaurati quelli esistenti per l’approvvigionamento idrico e l’irrigazione.
Inoltre, ci sono progetti simili in altre parti del mondo che si ispirano ai principi dei qanat per affrontare la gestione delle risorse idriche in ambienti aridi o semi-aridi. Ad esempio, in India sono stati sviluppati sistemi di canali sotterranei chiamati “tunnels” o “infiltration galleries” per convogliare l’acqua nelle regioni aride.
Anche in alcune aree del Nord Africa, come in Marocco, si stanno sperimentando progetti che adottano l’idea dei qanat per l’irrigazione e la gestione delle acque.
Tuttavia, è importante notare che questi progetti sono specifici delle regioni e delle condizioni locali. La progettazione e la realizzazione di tali sistemi richiedono una comprensione approfondita dell’idrologia locale, delle risorse idriche disponibili e delle esigenze delle comunità locali. Inoltre, la sostenibilità ambientale e l’efficienza idrica sono considerazioni importanti in tali progetti.
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Analizziamo ora due casi di buone pratiche molto contemporanei di raccolta , distribuzione e trasformazione di acqua in zone desertiche, in Arabia Saudita e a Israele.
In Arabia Saudita, uno dei metodi principali utilizzati per lo stoccaggio dell’acqua è l’impiego di serbatoi o cisterne sotterranee chiamate “al-Jisr”. Queste cisterne sono costruite in modo da raccogliere e conservare l’acqua piovana che scorre dai tetti delle abitazioni o dalle aree circostanti.
Le al-Jisr sono generalmente realizzate in pietra o cemento e vengono sepolte nel terreno per preservare la freschezza dell’acqua e ridurre l’evaporazione. Possono variare in dimensioni a seconda delle esigenze della comunità, ma sono spesso abbastanza grandi da contenere una quantità significativa di acqua.
L’acqua raccolta all’interno di queste cisterne può essere utilizzata per scopi domestici, come l’irrigazione, la pulizia e il lavaggio, contribuendo così a preservare le risorse idriche e affrontare la scarsità di acqua nella regione.
Oltre alle al-Jisr, sono stati anche sviluppati sistemi moderni di stoccaggio dell’acqua in Arabia Saudita, come le dighe e le riserve idriche artificiali. Queste infrastrutture consentono di immagazzinare grandi quantità di acqua per scopi irrigui, idropotabili e industriali, fornendo una riserva strategica di acqua in tempi di siccità o aumento della domanda.
È importante sottolineare che l’Arabia Saudita, essendo un paese prevalentemente desertico con una scarsità di risorse idriche, ha adottato anche una serie di misure per la gestione sostenibile dell’acqua, come l’irrigazione a goccia, il riciclo delle acque reflue e l’adozione di tecnologie innovative per il risparmio idrico.
In Arabia Saudita il più grande impianto di desalinizzazione: produrrà 2 milioni di bottiglie d’acqua l’anno.
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Mi viene subito in mente l’intervento di Liam Young alla Biennale di Venezia 2023, qualche settimana fa,
The Great Endeavour by Liam Young
Created in collaboration with scientists and technologists, The Great Endeavour is a short film directed by architect Liam Young that imagines the development of new infrastructure to remove carbon from the atmosphere and store it underground to reach climate targets.
“The film captures millions of people on the construction site, in coordinated action to decolonise the atmosphere in our last great act of planetary transformation,” said Young.
https://www.artstation.com/artwork/L3BvAw
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Una delle principali tecniche utilizzate in Israele è l’irrigazione a goccia. Questo sistema consente di fornire l’acqua direttamente alle radici delle piante in modo controllato e mirato, riducendo al minimo lo spreco di acqua per evaporazione o scolo.
L’irrigazione a goccia è particolarmente adatta per le condizioni aride, in quanto consente un utilizzo efficiente dell’acqua, riduce i costi e migliora la resa delle colture.
Inoltre, Israele ha sviluppato tecnologie avanzate per il desalinizzazione dell’acqua marina, che permettono di trasformare l’acqua salata in acqua dolce utilizzabile. Questa risorsa idrica è ampiamente utilizzata per scopi domestici, agricoli e industriali, compresi i kibbutz che possono beneficiarne per l’irrigazione delle colture e l’approvvigionamento idrico delle comunità.
Va sottolineato che, nonostante gli sforzi di Israele per l’efficienza idrica, l’accesso all’acqua è una questione complessa nella regione e può essere oggetto di controversie e conflitti. Ci sono ancora sfide da affrontare per garantire un accesso equo e sostenibile all’acqua per tutte le comunità nella regione.
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“Utilizzare l’irrigazione a goccia nella coltivazione del riso. È questa la provocazione e il sogno nel cassetto di Netafim, azienda israeliana tra le più attive nella diffusione della tecnologia dell’irrigazione a goccia, il sistema che distribuisce, a bassa pressione, quantità minime e precise di acqua e nutrienti alla radice della pianta. Un’idea sviluppata con la sperimentazione al Parco Tecnologico Padano di Lodi..”
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