ESTRATTO DELL’ARTICOLO USCITO IL 10 LUGLIO 2025

L’articolo di Anne Weber, “Assembling Ground: Terrestrial Pedagogies for a Regenerative Urbanism”, pubblicato nel Journal of Architectural Education nel 2025, propone una riflessione radicale sul ruolo del suolo nell’architettura e nell’urbanistica contemporanee. Weber denuncia le logiche estrattive che dominano la progettazione urbana, evidenziando come esse siano espressione di un’alienazione profonda tra l’essere umano e la terra. Per superare questa frattura, propone una “pedagogia terrestre” fondata su tre principi: rappresentare il suolo come un assemblaggio complesso di relazioni ecologiche e sociali; condurre un lavoro di campo esperienziale e continuativo; studiare in dettaglio i processi materiali e simbolici della costruzione del suolo.

Nel contesto della Wallkill Valley, nello stato di New York, gli studenti coinvolti in questo approccio hanno sperimentato pratiche di de-costruzione, collaborazione e costruzione del suolo, con l’obiettivo di rinegoziare il rapporto tra progetto e territorio. Questo modello si inserisce in un più ampio movimento di pedagogie trasformative, che bilanciano l’atto creativo con una consapevolezza critica delle responsabilità sociali e ambientali del progetto. L’apprendimento si configura così come processo situato, dialogico e relazionale, capace di generare nuove forme di cittadinanza ecologica.
Nel suo libro Making: Anthropology, Archaeology, Art and Architecture, Tim Ingold propone una visione radicale del processo creativo, che si integra perfettamente con i temi della pedagogia terrestre e dell’urbanistica rigenerativa. Ingold sostiene che la creazione non sia un atto di imposizione di una forma predefinita su una materia inerte, ma un processo di “corrispondenza” tra il creatore e i materiali, dove entrambi si influenzano reciprocamente nel tempo.

Questo approccio si oppone alla concezione aristotelica dell’iloformismo, che vede la forma come imposta dall’esterno sulla materia. Ingold, invece, propone una prospettiva in cui la forma emerge attraverso l’interazione continua tra il creatore e i materiali, in un dialogo costante che valorizza l’esperienza sensoriale e la conoscenza pratica. Questo concetto è particolarmente rilevante per l’architettura e l’urbanistica, dove la progettazione dovrebbe essere vista come un processo dinamico e collaborativo con l’ambiente naturale, piuttosto che come l’applicazione di schemi rigidi e predeterminati. In parole semplici, Ingold ci invita a smettere di vedere l’essere umano come separato o al di sopra della natura, come qualcuno che impone forme e progetti a una materia passiva. Invece, propone di riconoscere che viviamo dentro un mondo vivo, in continuo cambiamento, con cui siamo in relazione costante.
Secondo Ingold, non “facciamo” le cose come se fossimo artigiani che modellano argilla inerte secondo un’idea nella mente. Piuttosto, “le cose prendono forma” nel tempo, mentre interagiamo con i materiali, l’ambiente e gli altri esseri viventi. Questo significa che il mondo non è solo un insieme di oggetti da usare, ma un tessuto di relazioni in cui siamo immersi e che plasmiamo insieme, giorno dopo giorno. Ingold enfatizza l’importanza dell’apprendimento attraverso la pratica, sostenendo che la conoscenza autentica deriva dall’interazione diretta con il mondo materiale. Questo principio si riflette nella pedagogia terrestre, che promuove un coinvolgimento attivo con il suolo e l’ambiente, incoraggiando pratiche educative che valorizzano l’esperienza diretta e la partecipazione comunitaria.
Per comprendere le radici storiche di tale approccio, è necessario guardare alla permacultura, sviluppata da Bill Mollison e David Holmgren negli anni ’70. La permacultura è un sistema di progettazione integrato che mira a creare insediamenti umani sostenibili, in armonia con gli ecosistemi naturali. Coniata negli anni ’70 in Australia, la permacultura unisce concetti di agricoltura, architettura, ecologia e gestione delle risorse per sviluppare sistemi resilienti e autosufficienti.

Il termine “permacultura” deriva dalla contrazione di “permanent agriculture”, successivamente esteso a “permanent culture”, riflettendo l’idea che una cultura sostenibile non possa esistere senza una base agricola altrettanto sostenibile. Nel 1978, Mollison e Holmgren pubblicarono Permaculture One, delineando un sistema agricolo basato su policolture di specie perenni, arbusti, erbe, funghi e sistemi radicali, con l’obiettivo di ridurre il lavoro necessario per mantenere gli insediamenti umani, minimizzare la produzione di scarti e inquinamento, e preservare o incrementare la fertilità dei terreni e la biodiversità del sistema.
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