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Arch. Chiara Rigotti

DA UN LOW COST RICCO DI SIGNIFICATO A UN RICCO INTERVENTO RIMASTO INCOMPIUTO

@photo dello schizzo dell’Architetto André Ravéreau per il dispensario di Mopti, Mali

IL CASO DI SAMADENI

IL CONTESTO: LE SCUOLE NEI VILLAGGI DEL BURKINA FASO- PROGRAMMA DI INFRASTRUTTURE RURALI DI ASF SPAGNA

2002-2008

Quando cominciai ad interessarmi ai progetti di cooperazione in generale e a quelli in Burkina Faso nello specifico, venivo da un percorso universitario influenzato da due correnti importanti: da una parte quella delle sperimentazioni del laboratorio di materiali sostenibili e di architettura bioclimatica (Professori Grosso, Motta, Ceragioli, Mattone) e dall’altra dalla corrente di pensiero urbanistico sociale di Torretta e Falco e di Barbieri per una lettura critica della città, dal basso, come racconto delle storie dei suoi abitanti. Nei miei anni al Poli, facoltà di Architettura, (anni 90) si progettavano soprattutto quartieri complicati come via Artom e la Falchera.

Gli esempi di architettura Sociale, a basso costo, Low Cost erano ancora a Torre come quelli di mio nonno Giorgio Rigotti nelle Vallette degli anni 70. Quartieri che avrebbero dovuto sviluppare servizi sociali al pian terreno, (così pensarono quando densificarono gli alloggi in Torri lasciando molto spazio verde; troppo spazio visti i pochi fondi) che invece rimasero incompiuti, dimenticati, oggi degradati.

Da lontano osservavo Lucien Kroll e i suoi lavori in Belgio oppure De Carlo a Urbino. Passavamo ore in biblioteca a leggere riviste e a informarci.

Finito il corso di studi, partii per Barcelona. E qui conobbi Architettura Senza Frontiere, una ONGs che lavorava in ambito tecnico per un’architettura “degna” (come diritto universale alla bellezza) e low cost, nei paesi del Sud, dove l’urbanizzazione era in pieno sviluppo. Con loro partii nel 2002 per il Burkina, avevo 29 anni e tutto da imparare.

Arrivata in Burkina incontrai Lorent Sechaud, un architetto svizzero che aveva vinto un Premio Aga Khan per il Mercato di Koudougou in Burkina Faso e capii subito che l’unico modo per intervenire nella costruzione di infrastrutture nel mondo rurale, dove passai 6 anni, era partendo dai beneficiari delle scuole che dovevamo costruire. Avevo bisogno di loro per progettare e per costruire. Cominciai dai materiali che trovavo sul luogo, dalle maestranze locali. Non sempre fu facile perché erano interventi puntuali, che toccavano solo un quartiere dei 4 di cui sono composti i villaggi in questa zona. A volte si creavano gelosie e conflitti.

Ci riunivamo sempre con uomini e donne divisi, per poter parlare liberamente e trovare le soluzioni più adatte al luogo e al clima, favorendo in CANTIERI SCUOLA, la formazione dei giovani che avevano finito la scuola dell’obbligo.

Furono anni intensi, dove imparai molto sulle contraddizioni e l’invisibilità della cultura africana tradizionale. Mettendo a confronto il mio ideale di spazio pubblico costruito, di stampo rinascimentale/barocco con quello dei villaggi, naturale, attorno agli Alberi più anziani. Passai giornate lunghissime, al caldo, cercando un po’ d ‘aria sotto quegli alberi sacri (almeno per i Bobo) guardando il vuoto che si costruiva, guardando la natura nei suoi dettagli, constatando che non esistono in natura linee rette e che è molto difficile verificare su lunghezze importanti l’orizzontalità di un oggetto costruito, o la sua verticalità a plomb ! quando non si possiede più di una scala e qualche barile metallico. Allo stesso tempo imparai un nuovo valore del tempo e osservai spazi molto diversi da quelli a cui ero abituata. E comicnai a immaginare scenari diversi.

Cantieri manuali, cantieri scuola dove tutti partecipavano apportando quello che sapevano fare o solo i materiali per costruire o ancora l’acqua da bere. Bellissimi momenti, che hanno costruito la mia visione di un’architettura che cura e che attraverso la sua provenienza materica dal luogo stesso, crea identità. In cantiere imparavamo tutti in una logica di eguali, senza gerarchie rigide.

CONTENUTO: Un approccio bottom up che ha saputo sviluppare capitalizzando i fattori locali insiti al luogo, le potenzialità del villaggio e delle sue risorse fisiche, culturali e umane, valorizzando l’argilla e le nuove tecnologie, come quelle solari ad esempio. Creando architetture che partite da un modello base bioclimatico uguale per tutte le scuole che creammo, si concretizzarono ogni volta in opere molto diverse tra loro.

https://asfbobo.blogspot.com/2007/10/haca-una-arquitectura-apropiada-al.html

OBIETTIVO: IL CASO DI SAMADENI, IL VILLAGGIO DELLA DIGA IDROELETTRICA

Dall’epoca della rivoluzione (1983-87), il Burkina Faso e molti altri Paesi (Niger, Mali, Camerun, ecc.) hanno visto lo sviluppo di prodotti locali (consumo burkinabé del Burkina Faso, T. SANKARA), che molte organizzazioni internazionali e nazionali sostengono per abbassare i costi di costruzione. Queste organizzazioni assumono il ruolo di promotori di una nuova immagine del territorio (Adobe, BLT) e del miglioramento delle tecniche tradizionali (BTC, VN-BA) attraverso la costituzione di filiali per la produzione di materiali (cantine di laterite, produzione di stampi per BTC) e di scuole informali.

Così conobbi una rete di attori come la Association Voute Nubienne, che negli anni si è consolidata fino a diventare un movimento FACT SAHEL capace di influenzare le amministrazioni verso pratiche di architettura in terra. Il Ministero dell’Habitat sta oggi promuovendo una Cité en Terre a Ouagadougou, la capitale del Burkina.

SAMADENI è un piccolo villaggio dove passai qualche mese con un cantiere difficile, un esperimento in collaborazone con l’architetto Emilio Caravatti nel 2007: volte nubiane sopportate da portali in cemento armato al posto delle grosse solite murature, per potre avere 3 volte che coprissero una aula di 9 m di lunghezza, con  lunghe travi a tener su alcune T di terra compattata.

Vado spsesso a controllare questa scuola che oggi fa parte del Liceo del villaggio, cresciuto  a causa di una grande e importante infrastruttura di interesse nazionale realizzata nelle vicinanze. Infatti cominciarono nel 2009 i lavori per costruire un diga idroelettrica.

Un progetto nato e arrivato da molto in alto. Ecco cosa è successo:

. Production d’energie, aménagement de plaine agricole (2009-2019)

En attendant, cette vaste étendue d’eau riche de 38 variétés de poissons suscite la reconnaissance. « Les populations vous témoignent toute leur gratitude car conscientes que le barrage de Samandeni et ses aménagements hydro-agricoles en cours vont de façon structurelle transformer le paysage économique de la région », renchérit le gouverneur de la région des Hauts-Bassins Antoine Atiou.

. Burkina Faso : Barrage hydroélectrique de Samandéni, l’espoir déchu   (2022)

Le barrage de Samendeni, troisième plus grand barrage du Burkina, était censé être le moteur de croissance de la partie ouest du Burkina Faso. Situé à 40 kilomètres au nord de Bobo Dioulasso, ce projet de plus d’1 milliards de m3 d’eau a été inauguré en novembre 2019. Après l’empoissonnement, les autres volets, dans les domaines agricole et industriel tardent à voir le jour. La faute à un problème de financement. Les populations, qui ont été dépouillées de leurs terres cultivables, nagent dans la déception.

Burkina Faso : Barrage hydroélectrique de Samandéni, l’espoir déchu

@chiararigottiarchitetto