“Cosa vuol dire costruire nel Sahel oggi?
Prima di tutto bisogna parlare di loro, delle nuove generazioni di architetti, giovani che imparano lavorando.
Poi dell’architettura vernacolare, esempio per tutti. Architettura anonima ma resistente che non ha esaurito risorse. Che si è integrata nell’ambiente e che risponde alle esigenze di confort necessarie alle attività umane. Dove c’è urbanizzazione spesso c’è snaturamento. Potremmo umanizzare mantenendo la simbiosi con la natura ?
Per finire bisogna citare gli artisti, quelli che hanno saputo interpretare il territorio e la cultura, che hanno valorizzato il costruire in terra. Francis Keré, André Ravérau, Fabrizio Carola, Hassan Fathy prima di tutti. E ultimamente tanti altri architetti che si interessano come me da anni (dal 2002!) ad aspetti più umani e sociali dell’abitare, che credono che l’architettura sia orchestra di persone, mani e cuori, che cercano di collaborare e conoscersi in cantiere.
A loro va questo mio inno ad un costruire più adatto al futuro. Più legato all’ambiente. Più naturale e sofisticato senza dimenticare mai il senso di rifugio a cui l’architettura deve rispondere. Senza dimenticare mai le persone.