@matteoPericoli – Il grande museo dell’immaginazione, Il Saggiatore, 2022
Il filo rosso dell’architettura: lo storytelling del nostro abitare il mondo

Abitare è molto più che occupare uno spazio: è un atto narrativo. Ogni casa che costruiamo, ogni città che progettiamo, ogni stanza che arrediamo racconta qualcosa di noi e del nostro tempo. L’architettura, come la letteratura, è un dispositivo narrativo. Non solo ci protegge dagli elementi, ma plasma il nostro modo di esistere e di relazionarci con il mondo. In questo senso, l’abitare non è solo una necessità materiale, ma un gesto poetico, un esercizio di senso, un modo per dire: “Io sono qui”.

Le Corbusier, Dom-ino
Nel pensiero di Matteo Pericoli, architetto e autore del libro Il grande museo vivente dell’immaginazione, la narrativa e l’architettura si fondono in un’esperienza di lettura dello spazio come racconto e della narrazione come architettura mentale. Pericoli invita a esplorare le storie letterarie come se fossero edifici: con ingressi, piani, stanze, corridoi e terrazze. Ogni personaggio è una stanza, ogni svolta narrativa un corridoio, ogni emozione una finestra aperta sull’ignoto. La sua idea, affascinante nella sua semplicità, è che leggere un romanzo sia come camminare dentro una casa sconosciuta, scoprirne le geometrie invisibili e sentirsi progressivamente a casa propria.

Non sorprende che molti autori abbiano già immaginato l’abitazione come estensione simbolica dell’identità e delle tensioni dell’epoca in cui vivono. Ne Il Barone Rampante, Cosimo Piovasco di Rondò sceglie volontariamente di ritirarsi tra i rami degli alberi, costruendosi una vita sospesa. Il suo rifugio arboreo è allo stesso tempo ribellione e affermazione di sé, un modo di abitare il mondo senza mai toccarlo davvero, osservandolo da un’altezza critica. In questo universo vegetale, l’albero non è solo un supporto fisico ma una metafora della rete biologica e relazionale a cui apparteniamo. Oggi, la scienza parla del Wood Wide Web per descrivere la rete sotterranea che collega alberi e miceli nel bosco: un modello ecologico che richiama sorprendentemente quello delle relazioni umane.

L’abitare può anche essere nomade, instabile, fluido. È il caso della zattera di Huckleberry Finn che galleggia lungo il Mississippi. Qui la casa si muove, scorre insieme al fiume, e diventa laboratorio etico in cui si misurano le contraddizioni dell’America razzista e della gioventù in cerca di identità. La zattera non è rifugio sicuro, ma luogo di trasformazione. È abitare il cambiamento, non la stabilità. Mark Twain costruisce così una delle prime narrazioni moderne in cui la casa è attraversata dalla corrente della complessità, e il protagonista si muove in uno spazio che è mentale, sociale e geografico allo stesso tempo.

Ci sono poi rifugi che sfidano i confini estremi del vivere umano. Il rifugio alpino raccontato ne La Strangera di Marta Aidala è più che un luogo fisico: è la soglia fra civiltà e natura selvaggia, fra il noto e l’ignoto. La protagonista, Bea, scopre nel silenzio della montagna e nell’isolamento il proprio mondo interiore, fatto di tensioni, dolori e riconciliazioni. Questo spazio, minimalista e isolato, è simile per certi versi alla capsula spaziale di Toby, protagonista del romanzo Lockstep di Karl Schroeder. Anche lì si abita un luogo chiuso, artificiale, pensato per sopravvivere in ambienti ostili. La casa diventa qui un microcosmo tecnologico, un habitat per l’essere umano in un universo che non gli è più congeniale. Dalla capanna di Thoreau alle capsule spaziali, l’evoluzione dell’abitare racconta la nostra progressiva estraneazione dal mondo naturale e il desiderio di creare nuovi mondi sostenibili.
Queste narrazioni, apparentemente così diverse, hanno un punto in comune: mostrano l’abitare come una forma di scrittura, di costruzione di senso. Lo spazio non è mai neutro, così come non lo sono le parole. Ogni ambiente che costruiamo è una dichiarazione, un modo per affermare chi siamo o chi vogliamo diventare. Ed è per questo che architettura e letteratura si incontrano da sempre, silenziosamente, in ogni luogo costruito e in ogni riga scritta.

Nella storia dell’architettura non mancano esempi concreti di edifici ispirati alla letteratura. Il Palazzo Barolo di Buenos Aires, progettato da Mario Palanti, riproduce simbolicamente la struttura della Divina Commedia di Dante: inferno, purgatorio e paradiso diventano piani architettonici, trasformando la poesia in spazio concreto. Allo stesso modo, il Museum of Innocence di Orhan Pamuk a Istanbul è un edificio nato direttamente da un romanzo: una collezione di oggetti, memorie e ambienti che trasforma la narrazione in esperienza tangibile.

Tutto questo ci ricorda che la letteratura è già un’architettura invisibile, fatta di mappe emotive, di scale narrative, di cortili di silenzio. E l’architettura, se ben pensata, è già racconto: ci parla con il linguaggio dei materiali, delle forme, delle proporzioni. Entrambe sono linguaggi che non si limitano a descrivere il mondo, ma lo reinventano, lo rendono abitabile. Così come la storia è una forma collettiva di storytelling, anche la città lo è: ogni quartiere, ogni casa, ogni edificio parla del tempo in cui è nato, delle persone che l’hanno pensato, dei sogni che ha custodito o dei conflitti che ha attraversato.
