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Arch. Chiara Rigotti

LA BIENNALE DI VENEZIA 2023- 1. LO “SPAZIO” AFRICANO

” La definizione di ombra è di una relativa oscurità e frescura prodotta dal riparo dalla luce diretta dal sole.  Nella maggior parte dei luoghi dell’Africa (rurale o urbana) gli ALBERI sono il riparo dalla calura e luogo di ritrovo. Essenziali. L’ombra non è regolamentata: è accidentale, civica e generalmente gratuita. Il riparo dal sole è una risorsa pubblica.  (…)

Lesley Lokko 

Curatrice della 18esima Mostra Internazionale di Architettura – Venezia 2023

In questo padiglione centrale dei giardini della Biennale, ci troviamo a muoverci tra pensatori, progettisti e artisti, una miscela affascinante di talenti che spesso operano in un contesto poco conosciuto nell’immaginario occidentale: le città africane. La curatrice di questa esposizione ci presenta una raccolta di opere, azioni, percorsi e visioni intrecciate come le radici di un albero che fa parte di una foresta, il tutto finalizzato a esplorare le sfide che le città africane affrontano oggi e a riflettere sul ruolo dell’architetto, che opera all’interno di équipes di pensatori e attuatori, anziché in solitudine. Questa riflessione si estende anche alla considerazione del disagio che le generazioni che lavorano nel mondo occidentale provano quando si confrontano con le loro radici, tradizioni e realtà d’origine. Un disagio che, se ben gestito e condiviso, può trasformarsi in una straordinaria opportunità per immaginare il futuro delle città.

Spesso, l’immagine dell’Africa che prevale è quella di un continente povero, selvaggio e primitivo. Oppure ci si concentra sul sovraffollamento delle sue capitali, che sembrano pulsare di vita circondate da vaste aree rurali deserte. Eppure, dobbiamo ricordare che più di un miliardo di persone vivono in un territorio che è più esteso dell’Europa e dell’Asia messe insieme.

Le città medie che sorgono al di fuori del controllo diretto delle capitali rappresentano, come afferma Jerome Chenal, veri e propri laboratori di esperienze urbane. Sono entità così complesse che le tradizionali mappe geometriche e bidimensionali faticano a rappresentarle adeguatamente. Queste città sono tridimensionali nella loro essenza, e le loro coordinate sono fornite dalla prospettiva umana, ad un’altezza media degli occhi di 1,6 metri dal suolo, piuttosto che dall’alto, come avviene nella cartografia occidentale. Navigare in queste città richiede l’impiego di tutti i sensi, poiché bisogna rispondere agli indizi che l’ambiente urbano fornisce per orientarsi. Come sottolinea Achille Mbembe, queste città sono fluidamente attraversate e animatamente trafficate.

Nel 2018, ho coordinato un atelier urbano a Bobo-Dioulasso, Espace PUBLIC- espace pARTagé – insieme ad altri collettivi.

https://espacepublicespace.wixsite.com/epep

Durante questa esperienza, abbiamo notato che una gigantesca mappa della città, appesa con il nord in alto, non aveva alcun significato per la popolazione locale che passava per la piazza, conosciuta come la “piazza delle 7 strade” poiché sette strade si intersecano in quel punto. Tutti consideravano la mappa in modo errato, poiché il nome della piazza e il suo utilizzo erano intrinsecamente legati alla sua attuale orientazione spaziale, che era fluida.

Le mappe, come qualsiasi altra rappresentazione di eventi o cose, sono solo questo: rappresentazioni. Non sono la realtà, ma semplici facsmili, cuciti insieme con le prove che abbiamo raccolto e resi tutt’uno dalla fiducia che vi riponiamo.

James Bradley

Questa cartina appesa al centro del Padiglione, spezzata, che si guarda dal basso, da davanti oppure guardando la sua ombra per terra, dove in chiaro ci sono i vuoti, riunisce tutti gli interventi e la visione dell’expo nel Padiglione dedicato all’Africa.

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Il concetto di spazio di transito e spazio di stasi è strettamente legato all’idea di attesa, un elemento costante nella vita di queste città. Durante il giorno, c’è sempre un posto dove sedersi, ma di notte, le strade si trasformano in luoghi silenziosi e bui, privi di presenza umana. Questa dualità è stata magistralmente rappresentata da Francis Keré attraverso un muro in terra rossa, curvo, fatto di argilla, arricchito con vasi incorporati, che custodiscono la memoria e la tradizione. Questo muro si fonde poi in un secondo tratto, realizzato in cemento bianco, dove sono disegnati e colorati i simboli delle città fluide. Questo spazio, dietro al muro, intimo e privato, è rappresentato come un’area di riposo confusa e disordinata, tridimensionale, poiché la vita si svolge al di fuori, lungo le strade e nei chioschi che si posizionano sui marciapiedi davanti ai muri di cinta delle parcelle edificate.

Dal muro di argilla, di grande spessore, uniforme e mimetico, che custodisce i tesori della tradizione, al muro di cemento, che diventa una tela aperta a qualsiasi tipo di rappresentazione e cortina che separa la sfera privata, emerge un racconto affascinante e complesso delle città africane medie e del loro futuro.

Francis Kéré- Biennale, Padiglione Centrale dei Giardini

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Thandi Loewenson è una rinomata architetta, urbanista e regista malawiana che ha guadagnato riconoscimento per il suo lavoro nell’ambito dell’architettura e dell’arte cinematografica, in particolare per la sua esplorazione dei temi legati all’urbanizzazione, all’identità culturale e all’ambiente in Africa. Le sue opere spaziano tra discipline diverse, includendo l’architettura, il design urbano e il cinema documentario.

Una delle opere più conosciute di Thandi Loewenson è il suo film documentario intitolato “Strangers in a Familiar Land” (Sconosciuti in una terra familiare), che esplora il concetto di “casa” e la diaspora africana. Nel film, Loewenson segue la storia di tre africani della diaspora mentre visitano il Malawi, il loro paese d’origine, per la prima volta. Il documentario esamina il senso di appartenenza, la ricerca delle radici e le sfide dell’identità culturale nella società contemporanea.

In questa Biennale espone graffiti che ricordano la difficile tessitura della terra, del suolo in erosione, la luce dei pozzi minerari neri.

 Thandi Loewenson- The Uhuru Catalogues.

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Sumayya Vally e Moad Musbahi sono due architetti che hanno contribuito a un progetto di reinterpretazione degli uffici postali in Sud Africa, in particolare l’ufficio postale di Johannesburg, noto come “The Post Office.”

Una delle caratteristiche più interessanti del loro progetto è stata la reinterpretazione del “palo” come punto di riferimento per le vie di transito. Questo è un concetto intrigante perché trasforma un elemento urbano comune in un simbolo di orientamento e collegamento all’interno della città. Nello specifico, i “pali” a cui si fa riferimento potrebbero essere elementi verticali che segnalano direzioni o punti di riferimento all’interno della città. Questo concetto può essere interpretato come una mappa tridimensionale vissuta, che guida le persone attraverso lo spazio urbano in modo più intuitivo e culturalmente rilevante.

I totem africani, noti anche come pali totemici, sono elementi tradizionali e simbolici presenti in molte culture africane. Questi totem sono spesso costituiti da pilastri o pali scolpiti con immagini o simboli che rappresentano gli antenati, gli spiriti, gli animali o le divinità venerati da una determinata comunità. Sono un aspetto importante della cultura e della spiritualità africana e svolgono diverse funzioni all’interno delle società in cui sono presenti.

Inoltre, la reinterpretazione della “posta” come “passaggio” mette in evidenza il concetto di connessione e mobilità.

Questo concetto può anche essere visto come una rappresentazione della città stessa, con le strade e le vie come canali di comunicazione e connessione tra le persone e le comunità.

Questi concetti di reinterpretazione degli spazi urbani e degli elementi architettonici sono affascinanti perché offrono una prospettiva unica sulla creazione di spazi più significativi e culturalmente rilevanti all’interno delle città. Rappresentano un approccio innovativo all’architettura e al design urbano che tiene conto della cultura, della storia e delle dinamiche sociali delle comunità locali.

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L’installazione di SOFLAB @PSU è anche molto interessante, “Dreadlock”

SOFTLAB@PSU è un gruppo di ricerca e progettazione interdisciplinare che esplora l’intersezione tra design architettonico, tecnologia e fabbricazione digitale. Questo gruppo è affiliato alla Pennsylvania State University (PSU) e svolge un ruolo significativo nello sviluppo di nuovi modi di leggere e sfruttare gli spazi attraverso l’uso di tecnologie avanzate e progettazione digitale.

Il gruppo utilizza il design parametrico, una metodologia di progettazione basata su algoritmi e software avanzati, per generare forme complesse e adattabili. Questo approccio consente loro di esplorare una vasta gamma di soluzioni progettuali e di adattare facilmente i loro progetti alle esigenze specifiche del contesto.

SOFTLAB@PSU sfrutta le tecnologie di fabbricazione digitale, come stampanti 3D e macchine a controllo numerico, per realizzare prototipi e modelli fisici dei loro progetti. Questo consente loro di tradurre in realtà le forme complesse generate digitalmente. Il gruppo esplora anche l’interattività e la realtà virtuale come strumenti per coinvolgere gli utenti nello spazio progettato. Ciò significa che i loro progetti possono includere elementi che rispondono ai movimenti degli utenti o che offrono esperienze immersive tramite dispositivi virtuali.

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Mariam Kamara è un’architetta nigerina e la fondatrice dello studio di architettura Atelier Masomi. Il suo lavoro è noto per il suo forte impegno nella progettazione sostenibile e nella valorizzazione delle risorse locali, soprattutto in contesti dove le risorse possono essere limitate o scarsamente accessibili.

Mariam Kamara crede profondamente nel rispetto e nell’adattamento al contesto locale. Prima di iniziare qualsiasi progetto, effettua ricerche approfondite sulla cultura, le tradizioni e le risorse locali dell’area in cui opera. Questo le consente di creare progetti che si integrano armoniosamente con l’ambiente circostante.

Mariam Kamara è anche un’attivista per la promozione dell’architettura africana. Crede che l’architettura possa essere uno strumento per cambiare il modo in cui il mondo vede l’Africa e il modo in cui gli africani vedono se stessi.

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Adjaye Futures Lab è il grande protagonista dello spazio africano alla Biennale.

L’architetto britannico David Adjaye ha presentato la sua più recente installazione architettonica: una piramide che racchiude la luce, l’ombra e il peso del tempo nella sua struttura di legno.

Adjaye mostra che ciò che percepiamo non è il mondo intero, ma solo una parte di esso. Ci richiama nell’ombra, ci convoca sotto una struttura triangolare che si staglia sulle rive del Canal Grande. Lo ha fatto per farci riflettere su ciò che, pur essendo vicino, spesso appare indistinto. Spesso guardiamo e vediamo solo ciò che già sappiamo vedere: un inventario figurativo parziale che, grazie alle variazioni ambientali, prende vita quando è attraversato dalla luce. Questa struttura, realizzata interamente in legno con finiture nere, è concepita come un luogo speciale dove trovare riparo e rifugio alla fine del percorso espositivo. Inoltre, è pensata anche come spazio per ospitare eventi culturali della Biennale.

https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2023/05/biennale-venezia-david-adjaye-ibrahim-mahama/

Molti dei suoi progetti erano esposti illuminati dall’interno, nel buio delle sale, come oggetti in uno spazio indistinto, progetti in tutto il mondo. In contesti caratterizzati dall’essere naturali, vissuti dalla Natura. Da riconoscere nella loro fluidità e continuo cambiamento. Sono progetti di Chiese, grandi infrastrutture e di nuovi Musei, dove le opere d’arte saranno virtuali perché assenti e dove la Natura sarà protagonista.