Dal genius loci al Terzo Paesaggio: biodiversità urbana e rigenerazione nelle città europee

Foto Giardino di Gilles Clément, autore di Le Manifeste du tiers paysage.

     

Nel dibattito contemporaneo sull’architettura e sul paesaggio urbano, il concetto di genius loci appare oggi radicalmente trasformato. Se in origine indicava lo “spirito del luogo” come espressione della continuità storica, culturale e materiale di un territorio, nella condizione attuale — segnata dalla globalizzazione e dalla standardizzazione dei linguaggi architettonici — esso tende a riemergere in forme inattese, spesso marginali, ibride e non progettate. È proprio in questa frattura che si inserisce la riflessione di Gilles Clément con il Manifesto del Terzo Paesaggio, che individua nei residui urbani e nei vuoti contemporanei non una mancanza, ma una risorsa: spazi di libertà ecologica, di resistenza biologica e di possibilità progettuale.

Il Terzo Paesaggio non è semplicemente una categoria descrittiva, ma una postura critica. Esso comprende tutti quei luoghi sottratti alla pianificazione intensiva — margini ferroviari, aree industriali dismesse, interstizi urbani, sponde fluviali — che sfuggono al controllo e diventano, proprio per questo, depositi di biodiversità. In questi spazi si sviluppa una nuova forma di genius loci, non più costruita dall’uomo secondo regole codificate, ma emergente dall’interazione tra processi naturali, abbandono e pratiche informali. La città contemporanea, dunque, non si limita più a essere un sistema organizzato di funzioni, ma si configura come un ecosistema complesso, attraversato da dinamiche biologiche e sociali spesso invisibili.

Questa prospettiva trova riscontro in molte esperienze europee, dove i margini urbani sono diventati laboratori di rigenerazione. A Parigi, ad esempio, la progressiva riconversione delle rive della Senna ha trasformato infrastrutture dedicate al traffico automobilistico in spazi pubblici pedonali e ambienti ecologicamente attivi. Parallelamente, esperienze temporanee come quella dei Grands Voisins hanno dimostrato come un vuoto urbano possa diventare un dispositivo sociale e ambientale, capace di accogliere comunità, pratiche artistiche e forme di biodiversità spontanea. Qui il progetto non impone una forma definitiva, ma costruisce condizioni di apertura, lasciando che il luogo evolva.

Un caso ancora più radicale è quello di Berlino, dove la storia recente ha prodotto una quantità significativa di spazi residuali. Il Natur-Park Südgelände, sorto su un ex scalo ferroviario, rappresenta un esempio emblematico di come la natura spontanea possa essere riconosciuta come valore progettuale. Le infrastrutture industriali, lungi dall’essere rimosse, vengono integrate in un paesaggio in cui la vegetazione colonizza progressivamente lo spazio, generando una convivenza tra memoria e trasformazione. In questo contesto, il genius loci non è dato dalla permanenza di una forma originaria, ma dalla capacità del luogo di accogliere processi evolutivi.

A Vienna, il rapporto tra città e natura si articola invece attraverso una pianificazione consapevole delle infrastrutture fluviali. Il sistema del Danubio, con le sue aree di esondazione controllata e i parchi lineari, costituisce un esempio avanzato di integrazione tra gestione del rischio idraulico e promozione della biodiversità. Qui il progetto non si limita a proteggere la città, ma costruisce un ambiente dinamico in cui l’acqua diventa elemento strutturante del paesaggio urbano. La tecnica, in questo caso, non si oppone alla natura, ma ne amplifica le potenzialità.

Un discorso analogo può essere sviluppato per Torino, dove il sistema dei parchi fluviali lungo il Po, la Dora e la Stura ha progressivamente riconnesso aree industriali dismesse e spazi marginali, dando origine a una rete ecologica continua. In questo contesto, la rigenerazione non avviene attraverso la sostituzione, ma attraverso la trasformazione graduale, spesso accompagnata da pratiche dal basso e da una crescente attenzione alle dinamiche ambientali. Il fiume, da elemento separatore, diventa infrastruttura connettiva, capace di integrare dimensione ecologica e spazio pubblico.

All’interno di queste esperienze emerge con forza il tema della biodiversità urbana, che ridefinisce il ruolo stesso del progetto. Non si tratta più soltanto di creare spazi per l’uomo, ma di costruire condizioni favorevoli alla coesistenza di specie diverse. In questo senso, anche il design urbano si sta trasformando: installazioni per la nidificazione degli uccelli, rifugi per insetti impollinatori, dispositivi ecologici integrati nell’arredo urbano testimoniano una nuova sensibilità progettuale. Alcuni di questi interventi, premiati in contesti internazionali, mostrano come l’innovazione non risieda nella forma iconica, ma nella capacità di rispondere a bisogni ecosistemici complessi.

Questa trasformazione implica anche un cambiamento nel modo di intendere il processo progettuale. Sempre più spesso, gli interventi di rigenerazione nascono da pratiche partecipative, da occupazioni temporanee, da iniziative spontanee che attivano i luoghi prima ancora dell’intervento istituzionale. In questi casi, il progetto si configura come un processo aperto, capace di accogliere contributi diversi e di adattarsi nel tempo. Il genius loci contemporaneo, dunque, non è più un dato da interpretare, ma una realtà da costruire collettivamente, attraverso l’interazione tra comunità umane e sistemi naturali.

FotoPasqua 2026- Musée di Quai Branly, Paris.