
Cantiere del Ciné Guimbi, progetto dell’Atelier Lalo di Parigi, visita con gli allievi dell’Università U-Auben, 2018
Il mio viaggio nell’ambito della cooperazione internazionale ha avuto inizio nel 1999 presso Asf-España a Barcellona, una ong affiliata ad Architecture Sans Frontières International. La missione di Asf-International si concentra sulla realizzazione di progetti architettonici in contesti svantaggiati, utilizzando l’architettura come strumento per affrontare sfide sociali, ambientali ed economiche. Dopo la laurea, mi sono unita a questa ong di Barcellona, partecipando attivamente a progetti con un approccio sociale ed ecologico. Questa esperienza mi ha influenzato profondamente, tanto che nel 2006 ho cofondato Asf-Piemonte a Torino, creando un collegamento con Asf-International e stabilendo un primo ponte tra Torino e Bobo. Questa collaborazione è stata possibile grazie al sostegno di Chiara Mossetti, Valeria Cottino e Jordi Balari.
Dopo due anni di collaborazione con Asf dalla sede di Barcellona, mi sono preparata per una missione sul campo. Nel febbraio del 2000, durante una riunione a Barcellona, i coordinatori Isabel e Bernard avevano concluso una missione esplorativa in Africa occidentale, inclusa la regione di Bobo-Dioulasso. L’obiettivo era valutare la fattibilità di progetti infrastrutturali nei villaggi intorno alla città. Nel novembre dello stesso anno, il presidente dell’associazione Wuro Yire, Étienne Sanou, venne a Barcellona per presentare le sfide educative e sanitarie delle comunità rurali, sottolineando la necessità di intervento europeo in linea con gli Obiettivi del Millennio e gli accordi bilaterali. Per sostenere i nostri progetti, organizzammo un festival a Barcellona in collaborazione con associazioni africane. Cercavamo di visualizzare lo spazio dell’acqua e della cultura prima del progetto in modo artistico, ascoltando le storie che ci proponevano gli artisti invitati. Gli artisti africani del Balletto Nazionale della Costa d’Avorio, arrivati per un tour e rimasti in città, collaborarono con noi attraverso cooperative locali. Insieme costruimmo un pozzo e un cerchio di danza. Questa esperienza mi ha permesso di comprendere la complessità dello spazio della brousse, la campagna africana, che sfida ogni logica e geometria convenzionale.

L’entrata alla città di Bobo, Sya, nel 2002.
Negli anni in Burkina imparai a ballare, a partecipare al cerchio culturale e a immergermi nella cultura locale, bevendo birra nei cabaret proprio grazie a quel festival. In questo contesto della brousse, Étienne ci esortava ad ascoltare i racconti e osservare l’invisibile.

Partendo per la nostra destinazione con il progetto sulla carta ancora da definire nei dettagli, il nostro primo obiettivo era scegliere un orientamento ottimale, evitare le piogge dirette, utilizzare materiali locali e coinvolgere gli artigiani. Nella regione di Bobo, la lingua principale era il bobo, nei villaggi si parlavano almeno altre 3 o 4 lingue, moré, fulfuldé, le lingue dei lobi e dei dioulà. In città la lingua dominante è la lingua dei dioulà, chiamata appunto dioulà (i kan dioulakan fo? –parli la lingua dioulà?) colorata dalle espressioni di strada delle canzoni e delle mode di Abidjan. La musica era ed è un linguaggio universale che tutti comprendono (djembé fo– il djembé parla) e conoscere i ritmi e le storie aiuta a integrarsi nella cultura locale. Il teatro e, successivamente, il cinema furono strumenti cruciali nel visualizzare lo spazio urbano, materializzando l’oralità dei bobolais. Tuttavia, all’inizio, interpretare il contesto adattandolo ai tempi e ai modi della cooperazione fu una sfida ardua. Il teatro fu anche uno strumento ottimale per comunicare con i villaggi, soprattutto attraverso la formula del teatro forum. La sfida più grande nel lavoro di cooperazione in Africa, per me, è stata quella di riconoscere e valorizzare l’unicità culturale dei luoghi. L’obiettivo è quindi evidenziare questa specificità senza – come si diceva – bcadere in esotismi o enfatizzare eccessivamente le differenze rispetto alle città di tipo occidentale, uscendo dai paradigmi classici e cercando terreni comuni in spazi da inventare.

Studentesse che disegnano la Grande Moschea, durante il mio corso di Espace Public, 2022
Ero entusiasta di partecipare a questo progetto in Burkina Faso poiché coinvolgeva un programma pluriennale nelle aree rurali, strettamente legate a Bobo. Nonostante avessi una limitata esperienza in cantiere, decisi di dedicare il mio tempo libero alla redazione del progetto preliminare, imparando a costruire in maniera essenziale, senza macchinari. (2001-2002)


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Studio, progetto e cantiere del Centro sul Karité, oggi laboratorio dell’Università U-Auben, vincitore del premio Award Terra Sahel 2019
Il primo passo è stato verificare la legittimità del terreno, della sua occupazione: molti progetti erano stati dettagliatamente pianificati ma poi interrotti a causa di problematiche legate alla legittimità della proprietà terriera. La questione è complessa in tutta l’Africa Occidentale, specialmente in Burkina Faso, dove la proprietà fondiaria era stata trasferita sotto il controllo dello stato durante la presidenza di Sankara per prevenire la vendita impropria di terreni. Le terre si possono solo occupare, appartengono allo stato. Pochi titoli fondiari vengono concessi al di fuori dei perimetri urbani. Le problematiche connesse alla proprietà fondiaria rappresentano un campo intricato e complesso di studio. Sankara ha apportato profondi cambiamenti nelle leggi fondiarie nel tentativo di ridistribuire il potere e l’accesso alla terra. Il sistema di proprietà fondiaria esistente muta velocemente, in passato era caratterizzato da aspetti comunitari che rimangono per esempio in alcune fasi dell’urbanizzazione: se oggi una multinazionale vuole costruire in zona rurale, deve prima comprare l’appezzamento dai capi della terra dei villaggi, presentando una domanda formale al consiglio degli anziani con un accordo detto Arbre à palabre, poi deve presentare domanda al Demanio di Ouaga per ottenere un permesso di occupazione, quindi deve investire, l’investimento effettuato viene poi valutato dal ministero del Demanio Pubblico e il suo impatto ambientale dal ministero dell’Ambiente, se considerato valido e rilevante, il titolo fondiario verrà concesso. L’obiettivo di queste riforme era porre fine alle disuguaglianze nella detenzione delle terre e garantire un maggiore controllo della loro vendita. Questi atti dovevano portare alla riconciliazione dei diritti tradizionali con le leggi statali, consentendo ai villaggi di avere maggiore influenza nella gestione delle risorse naturali.

Studio di un sistema funzionale locale delle zone rurali del Burkina per adattarlo alle esigenze di un prototipo semi-meccanizzato per la produzione di farine infantili arricchite di vitamine e prodotti locali, integrative, per bambini dai 6 mesi ai 2 anni nelle periferie della città di Bobo. Committente Misola Burkina, 2022. Visuali @Carla Procida.

In Burkina Faso, la cooperazione internazionale ha una lunga storia che risale all’indipendenza del paese dalla Francia nel 1960. Questo periodo ha visto lo sviluppo di molti progetti, sovente scoordinati e slegati da una politica centrale. Nei villaggi, spesso isolati, si sono sviluppati progetti più o meno ambiziosi, grazie alla loro capacità di creare reti con intermediari urbani. La migrazione stagionale dei giovani dalle aree rurali alle città come Bobo, durante la stagione secca quando non si coltiva, ha facilitato questo processo, permettendo loro di diventare mediatori per i progetti nei loro villaggi. Questi intermediari hanno poi organizzato i villaggi in comitati, coordinando ogni decisione relativa ai progetti in maniera partecipata. Tuttavia, per comprendere appieno le dinamiche locali, era necessario trascorrere molto tempo nei cantieri e nelle riunioni dei comitati accettando i protocolli locali, senza pregiudizi o cercando di limitare le intermediazioni orientate esclusivamente all’ottenimento di fondi.

Cantiere di Volte Nubiane realizzate dall’artigiano Hamidou Konfé, esperto DW, committente Misola, 2023.
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Ho vissuto un’esperienza molto formativa nel villaggio di Samandeni, a 35 km da Bobo, dove costruimmo un pozzo e una scuola nel 2007. Qui, mi si presentò una pianificazione locale, decisa dagli abitanti, accurata e attenta alle esigenze della comunità che aveva portato progetti internazionali integrandoli nel tessuto; queste azioni di cooperazione tra associazioni in rete non poterono però impedire la realizzazione di un megaprogetto, come fu poi la costruzione di una enorme diga, qualche anno dopo, nel 2009. Intanto, con il nostro cantiere in corso, in una riunione plenaria, nonostante la proposta della scuola che stavamo per realizzare fosse giunta dalla comunità, emerse invece la necessità di strutture per lo stoccaggio e la trasformazione delle materie prime, un bisogno che non era stato espresso per non scontrarsi con l’associazione intermediaria, pensando che noi fossimo una ong che costruiva solo scuole. A causa della mancanza di finanziamenti per tali progetti la comunità accettò la costruzione della scuola, riconoscendo le opportunità che avrebbe creato. Non eravamo riusciti a scoprirlo in tempo utile. Ma non tutto il male vien per nuocere, e nel 2017 passai a trovare i membri del comitato della scuola per le donne costruita dieci anni prima (una scuola informale destinata all’alfabetizzazione delle donne adulte) che era stata trasformata in liceo dalle donne stesse, permettendo alle loro figlie di restare vicino alle famiglie anche per gli studi superiori, inusuale nei villaggi.

I coltivatori attendono i camion di Sofitex che ritirano e pagano il cotone dei raccolti, villaggio di Bodialindaga, gennaio 2004
Nonostante la pianificazione locale attenta e funzionale, la regione di Samandeni ha subito un intervento esterno significativo con la costruzione di una grande diga per la produzione di elettricità, finanziata da banche mondiali e voluta da Ouagadougou nel 2011. Il progetto iniziale prevedeva che una parte della terra circostante la diga venisse attribuita alla popolazione locale, mentre altri appezzamenti sarebbero stati assegnati a investitori privati, con risorse economiche tali da poter realizzare investimenti sul territorio. Questo progetto, nonostante sembrasse fattibile, ha avuto un impatto negativo sul fiume Kou, deviandone il corso e influenzando le risaie di Bama, produttrici di una qualità di riso molto amata e distribuita a livello nazionale. In contrasto con l’approccio locale, questa diga, ancora inattiva, rappresenta un esempio di come progetti su larga scala possano non essere in linea con le esigenze e le priorità delle comunità locali. Le risaie di Bama hanno un impianto di irrigazione molto funzionale realizzato durante il Governo di Sankara in collaborazione con Taiwan; gli accordi prevedevano anche l’importazione di risi profumati asiatici perché la cooperazione è possibile solo se esistono interessi economici tra i paesi. Durante la guerra civile in Costa d’Avorio (2002-2011), soprattutto con l’ammutinamento del 2011 che provocò la chiusura delle attività commerciali per diverse settimane, lasciandoci senza cibo, alcuni investimenti privati sostenuti da fondi internazionali incrementarono la produzione e la distribuzione di un riso profumato locale prodotto proprio a Bama. La diga inattiva che ha deviato le acque del Kou sta bloccando questo sviluppo endogeno efficiente. La megadiga è un progetto che taglia, esclude, crea un break, un taglio nel flusso tra la città e le risaie, creando una deviazione delle acque e di investimenti verso la diga.
Sankara voleva sfruttare i bassi fondi naturali del territorio del paese, migliorandone i contorni in maniera naturale, disseminando le zone limitrofe di pozzi profondi a grande diametro (massimo 2,5 m) per accumulare l’acqua delle piogge che nei pozzi al buio e al fresco sarebbe evaporata lentamente. Questo sistema si sottometteva all’aspetto morfologico e strutturale del territorio, necessitava dell’intervento di scavo da parte degli abitanti dei villaggi senza troppa meccanizzazione e con un facile mantenimento, migliorando in modalità locale il sistema che Sankara sicuramente vide a Timbuctù, dove esisteva fino agli anni Duemila un sistema di pozzi in cemento, ad ampio diametro, costruiti negli anni Settanta e Ottanta del Novecento intorno a tutta la città. La grande superficie di questi bacini esposta al sole – senza un sistema di pozzi freschi di accumulo e il clima decisamente più secco e caldo del Mali – acceleravano l’evaporazione e l’acqua non bastava neppure per un mese di stagione secca (che dura da novembre a maggio); oggi il sistema è in disuso, mentre i bas fonds naturali di Sankara, con pozzi freschi attorno, sono sempre pieni e sono un esempio di impianto naturale efficiente.

Timbuctù, viaggio in solitaria alla scoperta del Nord del Mali ottobre 2003.

