
Una nuova Università africana
@Getty Image, La moschea in terra di Djenné-Djenné, Mali
Amartya Sen, un noto economista e filosofo indiano, ha sviluppato una teoria economica basata sulla capacità e il benessere umano.
La sua prospettiva sfida l’approccio tradizionale basato sul solo reddito come indicatore di sviluppo. Ecco come la teoria di Sen incorpora i concetti di equità e tolleranza:
Sviluppo Umano: Amartya Sen ha introdotto il concetto di “sviluppo umano” come un’alternativa al tradizionale “prodotto interno lordo” (PIL) per valutare il benessere di una società. L’idea chiave è che lo sviluppo dovrebbe essere valutato in base alla capacità delle persone di portare la vita che desiderano. Questo pone una forte enfasi sulla dimensione umana dell’economia.
Capacità: Sen definisce il concetto di “capacità” come la capacità di un individuo di fare ciò che desidera nella vita. Questo va oltre il reddito e tiene conto di fattori come l’accesso all’istruzione, alla sanità, alle opportunità di lavoro e alla partecipazione politica. L’approccio delle capacità mira a garantire che le persone abbiano le opportunità e le risorse per sviluppare appieno il loro potenziale.
Equità e Giustizia Sociale: La teoria di Sen pone una forte enfasi sull’equità e sulla giustizia sociale. Egli sostiene che le politiche dovrebbero mirare a ridurre le disuguaglianze e a garantire che le persone svantaggiate abbiano l’opportunità di migliorare le loro condizioni di vita. L’equità è vista come una componente fondamentale dello sviluppo umano.
Partecipazione e Democrazia: Sen riconosce il ruolo della partecipazione politica e della democrazia nella promozione dell’equità e della tolleranza. Una società democratica offre spazi per il dibattito aperto e la partecipazione delle persone nelle decisioni che le riguardano. Ciò contribuisce a promuovere la tolleranza e a garantire che le voci di tutti vengano ascoltate.
Sicurezza Sociale: Sen sostiene anche l’importanza di una rete di sicurezza sociale efficace per proteggere le persone da eventi avversi come la povertà, la malattia o la disoccupazione. Questo aspetto è fondamentale per garantire che le persone abbiano il sostegno di base per perseguire il loro benessere.
La teoria dell’economia dello sviluppo umano di Amartya Sen offre una prospettiva che integra l’equità, la tolleranza e il benessere umano nel cuore dell’analisi economica. Questa teoria mira a superare le limitazioni delle misurazioni basate solo sul reddito e a valutare il successo economico in termini di quanto benessere e capacità le persone possono effettivamente raggiungere.
Quando si tratta di applicare questi principi all’Africa, ci sono pensatori come Achille Mbembe che sottolineano l’importanza di sviluppare un immaginario alternativo della vita, del potere e delle città in Africa. Questo implica l’aggiornamento delle solidarietà trasversali e il consolidamento delle istituzioni della società civile.
Mbembe e altri intellettuali africani stanno cercando di adattare i concetti di equità, tolleranza e sviluppo umano alle realtà specifiche del continente africano, tenendo conto delle identità culturali e delle sfide uniche che affronta.
Achille Mbembe
«Se gli africani vogliono alzarsi e camminare dovranno, presto o tardi, guardare da un’altra parte rispetto all’Europa. Essa non è certo un mondo in via di sparizione ma, stanca, rappresenta ormai il mondo della vita in declino e dei molti tramonti. Qui lo spirito è annacquato, corroso dalle forme più forti di pessimismo, di nichilismo e di superficialità» – Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata, Meltemi.
Occorre che l’Africa inventi «un immaginario alternativo della vita, del potere e della città – scrive il pensatore africano – aggiornando le solidarietà trasversali e mobilitando i giacimenti religiosi che sono la spiritualità della liberazione, il consolidamento e la transnazionalizzazione delle istituzioni della società civile».
Afropolitismo
«una stilistica e una politica, un’estetica e una particolare poetica del mondo. È un modo di stare al mondo che rifiuta, di principio, qualsiasi forma di identità vittimaria»
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Inoltre, le ricerche come quelle di Liana Ricci, che esaminano la capacità di adattamento delle comunità africane alle trasformazioni ambientali, forniscono un quadro importante per comprendere come le persone affrontano le sfide nella loro vita quotidiana e sviluppano strategie per migliorare il loro benessere.
Facoltà di Ingegneria Dipartimento di Ingegneria Civile Edile e Ambientale.
Liana Ricci -Reinterpretare la città sub-sahariana attraverso il concetto di “capacità di adattamento”
Un’analisi delle pratiche “autonome” di adattamento alle trasformazioni ambientali in ambito peri-urbano.
Tesi di dottorato in Tecnica Urbanistica – Ciclo XXIII Facoltà di Ingegneria – Dipartimento di Ingegneria Civile Edile e Ambientale (DICEA), Anno accademico 2009/2010.
Tutor: Prof. Paolo Colarossi
Tutor: Prof. Silvia Macchi
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estratto dall’abstract della Tesi:
Partendo da questo presupposto le ragioni che mi hanno spinto ad intraprendere questo percorso di ricerca sono, da un lato la convinzione che le città Africane non siano qualcosa pensato da “altri” che esiste “nella prospettiva di diventare altro” (Cassano, 1996: viii), il cui futuro si prefigura come “un inseguimento eternamente incompiuto ed eternamente fallimentare” (ibid.), ma siano luoghi che hanno un’autonomia culturale e una modalità specifica di produzione dello spazio. Come questa specificità possa essere portata in superficie senza rischiare di cadere nella trappola dell’enfatizzazione delle differenze e della forma esotica e seducente delle città del Sud rappresenta forse la sfida più difficile di questa ricerca. A questo si aggiungono i limiti e le difficoltà di un processo di ricerca che, partendo da strumenti e “pre-strutture” frutto di un background occidentale (italiano), si interroga su fenomeni e processi sociali e ambientali che, pur a contatto con la cultura occidentale fin dal periodo coloniale, mantengono la ricchezza di aspetti specifici ed evidenze di una cultura africana “non moderna”. Le ibridazioni, i conflitti e le differenziazioni che scaturiscono dalla contaminazione di sguardi e prospettive costituiscono, a mio avviso, la ricchezza maggiore di una ricerca che coinvolge prospettive, orizzonti, linguaggi e persone così diversi.
Per questo la ricerca della contaminazione culturale come risorsa del percorso di ricerca si rispecchia nel continuo tentativo di adottare un approccio che miri ad integrare dimensione teoretica e pratica, tenendo presente la limitatezza del contesto spazio-temporale e culturale sul quale si fonda il processo di conoscenza.
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Ovvero al persistere, in ambito disciplinare, di approcci pervasi da quella che viene definita ”ignoranza asimmetrica”, della posizione egemonica e dominante di una produzione scientifica occidentale che spesso assume o produce strategie di universalizzazione e pratiche di esclusione dalla produzione di conoscenza.
Approcci che concettualizzano in termini “negativi” le aree peri-urbane sub-sahariane, che vedono tali aree come spazi incompleti e “mancanti”, da supportare in un inevitabile processo di transizione verso una condizione urbana, più sicura, più regolamentata e più formale. Vengono accolte invece le suggestioni di quegli approcci che condividono una visione “positiva” delle stesse aree, e si focalizzano su cosa in queste aree esiste ed accade, sulle pratiche di produzione dello spazio informali e sul labile confine che le separa o le intreccia con quelle formali.
Il concetto di “capacità di adattamento”, elaborato nell’ambito degli studi sul cambiamento climatico, fa proprio riferimento alla capacità di un “sistema urbano” di affrontare con successo le trasformazioni in atto, ovvero di ridurre la vulnerabilità delle persone (o per alcuni del sistema nel suo complesso) a tali trasformazioni. Tale capacità è il frutto di strategie autonome intraprese dalle persone, in un modo che verrebbe definito informale, e di misure intraprese dalle istituzioni, strategie e misure che convivono in una relazione complessa, non sempre sinergica e a volte conflittuale, dai forti connotati politici, di estremo interesse per la pianificazione.
Vengono esposte due considerazioni conclusive sui limiti o “trappole” della ricerca inerente la pianificazione del peri-urbano, in Africa sub-sahariana e non solo. Un primo limite riguarda gli approcci interpretativi normativi, regolarizzatori, che auspicano una transizione verso uno stato urbano delle aree peri-urbane, e quindi una fornitura di infrastrutture “moderne”, viste come acciaio e cemento. Tale limite consiste nel rischio di formalizzare, sclerotizzare o costringere le relazioni sociali e le “piattaforme di azione” entro strutture incapaci di rispondere alle esigenze delle persone che vivono nelle aree peri-urbane. Un secondo limite riguarda la ricerca e il rischio che un approccio incentrato sulla capacità di agire in maniera autonoma, informale e efficace dei cittadini africani, possa in realtà rivelarsi una trappola di auto-sfruttamento e povertà, che precluda alternative di sviluppo.
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Ricky Burdett e il suo lavoro con il Council on Urban Initiatives cercano di promuovere città “giuste, verdi e sane”. Questo richiede un approccio interdisciplinare che comprenda aspetti sociali, ambientali ed economici per creare città che siano inclusive, sostenibili e favorevoli alla salute.
Governare, progettare ed educare per il futuro delle città. Il simposio a Venezia
A Venezia, 31 agosto, Burdett sul palco del Teatro Piccolo Arsenale per moderare il simposio Governare, progettare ed educare per il futuro delle città, con Mariana Mazzucato e Lesley Lokko. L’appuntamento fa parte della programmazione di Carnival, iniziativa nata in seno alla Biennale Architettura per approfondirne i temi, con tavole rotonde, proiezioni, talk, performance (il 4 settembre sarà la volta di Costruire i futuri dell’Africa, poi il calendario si protrarrà fino al 26 novembre).
Intervista a Ricky Burdett
Il Council on Urban Initiatives è nato per promuovere città giuste, verdi e sane. Possiamo spiegare cos’è (cosa dovrebbe essere) oggi una città giusta e sana?
Il punto di partenza è che la realtà delle nostre città è l’opposto di ciò che vogliamo raggiungere. La stragrande maggioranza delle città che stanno crescendo in modo più drammatico di altre non è verde, dal punto di vista sociale avalla le disuguaglianze e mette a rischio la salute di chi le abita. Il Council on Urban Initiatives nasce con l’obiettivo di mettere insieme una serie di attori con ruoli diversi, per lavorare in un’ottica trasversale sulla gestione della città e restituirne una visione tridimensionale. Non abbiamo in tasca un modello di città ideale, non può essere così. Il nostro compito è quello di farci domande e stimolare la ricerca.
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Una nuova Università africana
L’edificio del Dipartimento di Architettura dell’Università Africana è una testimonianza di come il design possa abbracciare l’essenza dell’umanità e dell’ambiente circostante in un’armoniosa sinergia.

All’esterno, la facciata dell’edificio è un omaggio alla connessione dell’essere umano con la natura. Osservando il MIT di Boston e i loro studi sull’ecosistema che ci vive intorno, ricreando materiali assemblati come in natura, copiamo la pelle degli animali, ma soprattutto osserviamo l’architettura locale e proponiamo un’architettura eclettica ma che sia socio-ecologica, innestata nella Natura, dove l’architettura diventa un dialogo tra l’artificiale e il naturale. Questo non è solo un esercizio estetico, ma un modo per promuovere la traspirazione e la ventilazione naturale, contribuendo alla sostenibilità energetica dell’edificio.
Immaginate le pareti che “respirano” con la città, una città verde dove c’è spazio per tutti.
Mentre entriamo, l’atmosfera interna è un equilibrio perfetto tra luce naturale e spazi verdi. Qui, la luce del giorno danza attraverso le finestre, creando una sensazione di essere all’aperto. Questo è in sintonia con la filosofia di Amartya Sen, che sottolinea l’importanza delle opportunità umane nella creazione del benessere.

Gli spazi aperti e gli angoli di studio all’aperto invitano gli studenti a esplorare, imparare e collaborare in un ambiente che favorisce la creatività.
Ma non fermiamoci qui. Abbiamo preso ispirazione da Achille Mbembe, che ci invita a immaginare un futuro in cui l’Africa crea un’identità culturale autonoma e partecipa al dialogo globale in modo significativo. Il nostro edificio è un esempio di come possiamo integrare l’innovazione architettonica con la cultura e la sostenibilità. Raccogliamo l’acqua piovana in laghi artificiali che richiamano i giardini arabi di Al Andalus a Granada, trasformando la funzione pratica in un’opportunità di espressione artistica. Ci ispiriamo alla grande Moschea di Djenné-Djenné, la più grande in terra, situata in Mali tra Bamako e Mopti.


Studiamo la storia dell’Impero del Mali, la biblioteca di Timbuctù, i libri e la sapienza nascosti, che furono mimetizzati anche per proteggere l’oro che serviva a custodirli e a tramandarli fino qui oggi nel Sahel.
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Le zone di vita degli studenti:

In questo contesto, l’Università Africana Moderna e Tradizionale è un’architettura che abbraccia il benessere umano, l’armonia con l’ambiente e la diversità culturale. In un mondo che spesso sembra diviso, qui troviamo uno spazio per tutti, dove la natura e l’uomo dialogano, imparano e crescono insieme.
E, chi lo avrebbe mai detto, in un’aula di lezione, il vento sussurrerà le sagge parole di Mbembe e Sen, mentre le piante ci insegneranno la lezione più preziosa di tutte: la connessione con il mondo che ci circonda.”

